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Il Mestiere: il lavoro più assurdo del cinema italiano

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Ci sono lavori difficili da spiegare. E poi c’è quello di Sauro Cantafame.

Un uomo attraversa il Sud a bordo di una vecchia Apecar rossa. Non ha un ufficio, non indossa una divisa e non appartiene a una categoria professionale che potremmo trovare in un normale elenco di mestieri. Eppure lavora: ha clienti, strumenti, una tecnica precisa e perfino un soprannome, “ò tecnico”.

È da qui che nasce il doppio senso di Il Mestiere, opera prima nel lungometraggio di finzione di Beppe Tufarulo con Luigi Lo Cascio protagonista. Perché quel titolo apparentemente semplice nasconde qualcosa di molto più strano: il lavoro di Sauro non dovrebbe neppure esistere.

Ed è proprio questo che rende Il Mestiere una delle premesse più singolari del cinema italiano recente. Ma per capire davvero cosa faccia Sauro bisogna prima entrare nel suo mondo.

Un’Apecar, una strada e un uomo che vive ai margini

Sauro Cantafame è un uomo solitario, segnato da un passato doloroso. Attraversa un Sud che il film trasforma in una vera terra di frontiera: violenta, lunare, sospesa continuamente tra realtà e inverosimile.

La sua Apecar diventa mezzo di trasporto, officina e quasi un’estensione del personaggio. Sauro si muove dove qualcuno ha bisogno delle sue capacità, come una sorta di artigiano itinerante.

Le persone lo cercano perché sa fare qualcosa che nessun altro sa fare. O forse qualcosa che nessun altro dovrebbe fare.

Ed è soltanto a questo punto che il titolo rivela davvero il proprio significato.

Ecco perché è davvero “il lavoro più assurdo”

Sauro Cantafame aggiusta i morti.

Non è un modo di dire. Quando un anziano muore, Sauro interviene sul cadavere installando nel corpo dei cuori meccanici, così da restituirgli una parvenza di vita.

Non riporta realmente in vita il defunto. Lo fa sembrare ancora vivo.

Il motivo rende tutto ancora più assurdo: in questo modo le famiglie possono nascondere il decesso e continuare a percepire la pensione dell’anziano. È intorno a questo sistema che Sauro ha costruito il proprio mestiere.

Ed è qui che il film crea il suo primo vero cortocircuito. L’idea può far sorridere per quanto è grottesca, ma basta fermarsi qualche secondo perché smetta di essere divertente: dietro quei corpi “aggiustati” ci sono famiglie che hanno bisogno di quei soldi per continuare a sopravvivere.

Il lavoro di Sauro nasce quindi dall’illegalità, ma anche dalla necessità. Dalla truffa, ma contemporaneamente dalla povertà e dalla disperazione.

Tufarulo descrive infatti Cantafame come un antieroe tragico che compie un’attività illegale secondo le regole scritte, ma quasi necessaria nel mondo nel quale vive. In quell’universo perfino la morte può trasformarsi in una risorsa.

Luigi Lo Cascio diventa Sauro Cantafame

A dare corpo a questa contraddizione è Luigi Lo Cascio.

Sauro non è il classico eroe, ma nemmeno un semplice criminale. Ha trasformato qualcosa di moralmente e materialmente assurdo in una normale attività professionale: possiede strumenti, procedure, clienti e una propria tecnica.

Per lui lavorare su un cadavere è quasi diventato routine, ed è proprio questa normalità a rendere tutto ancora più straniante. Sauro affronta la morte quasi come un meccanico potrebbe affrontare un motore fermo: individua il problema, interviene e rimette in funzione ciò che può.

Solo che davanti a lui non c’è una macchina. C’è un essere umano.

Beppe Tufarulo ha raccontato anche il particolare percorso compiuto da Lo Cascio per entrare nel personaggio: durante la preparazione, dopo essersi presentato con i baffi concordati per Sauro, l’attore avrebbe progressivamente smesso di parlare e comportarsi come Luigi Lo Cascio per diventare Cantafame, mantenendo quella immersione anche durante il periodo delle riprese.

Poi arriva Giocondo Infelice

Il viaggio cambia quando Sauro incontra Giocondo Infelice, interpretato da Riccardo Maiello.

Giocondo è un ragazzo fragile, chiuso dentro se stesso e dotato di un misterioso dono. Sua madre, Donna Diega, interpretata da Claudia Potenza, cerca di sottrarlo a un destino pericoloso e lo affida a Sauro.

Da quel momento il mestiere smette progressivamente di essere soltanto il centro grottesco della storia e diventa lo sfondo di un rapporto.

Sauro insegna a Giocondo la propria strana arte fatta di morte, tecnica, sapienza e disincanto. Il ragazzo, dall’altra parte, comincia lentamente a superare il proprio muro interiore e trova in quell’uomo improbabile qualcosa che assomiglia alla figura paterna che non ha mai avuto.

Mentre Giocondo impara il mestiere di Sauro, accade quindi qualcosa di molto più importante: i due, in qualche modo, cominciano ad aggiustarsi a vicenda.

Il vero significato del titolo comincia a cambiare

È forse proprio qui che Il Mestiere trova il proprio significato più interessante.

All’inizio il titolo sembra riferirsi semplicemente alla professione impossibile del protagonista: l’uomo che aggiusta i morti.

Poi il significato si allarga.

Sauro trascorre la propria esistenza cercando di restituire una parvenza di vita a corpi che non possono più vivere, mentre sembra incapace di rimettere insieme la propria esistenza.

Giocondo modifica questo equilibrio. Per una volta Sauro non ha davanti qualcuno che è già morto: ha davanti un ragazzo ancora vivo.

E improvvisamente il suo mestiere più difficile non è più far sembrare vivo un cadavere. È proteggere una vita vera.

Vito La Scimmia e una terra dove ogni cosa ha un prezzo

Ma quel territorio possiede le proprie regole.

A dominarlo c’è Vito La Scimmia, interpretato da Massimiliano Rossi, una figura criminale che controlla quel mondo di confine e contro la quale Sauro finirà per schierarsi nel tentativo di proteggere Giocondo.

È qui che il film accentua maggiormente le proprie suggestioni western. Non servono cavalli né saloon: ci sono un’Apecar, strade isolate, piccoli centri, territori nei quali le regole ufficiali sembrano essersi dissolte e uomini che stabiliscono autonomamente ciò che è consentito e ciò che non lo è.

Sauro aveva imparato soprattutto a sopravvivere. Giocondo lo costringe invece a scegliere da che parte stare.

Un Sud che sembra una terra di frontiera

Anche il paesaggio assume un ruolo fondamentale. Il Sud di Il Mestiere non è semplicemente uno sfondo realistico: Tufarulo lo costruisce quasi come un personaggio, un luogo senza coordinate certe che richiama il western e contemporaneamente una dimensione più visionaria.

Le riprese hanno coinvolto diverse località italiane, con una presenza importante della Calabria. Il paesaggio, però, davanti alla macchina da presa perde progressivamente una collocazione precisa.

In alcuni momenti sembra contemporaneo, in altri potrebbe appartenere a decenni fa. In altri ancora sembra quasi trovarsi dopo la fine del mondo.

E in mezzo continua a muoversi quella piccola Apecar rossa. Una sorta di cavallo meccanico per questo strano western italiano.

Sauro non cavalca verso il tramonto. Ci arriva su tre ruote.

Il cast di Il Mestiere

Attorno a Luigi Lo Cascio si muove un ensemble che riunisce interpreti affermati, giovani volti e attori provenienti da esperienze differenti tra cinema, televisione e teatro. Anche i nomi dei personaggi sembrano partecipare alla costruzione di questo universo sospeso tra realtà e favola nera.

Luigi Lo Cascio – Sauro Cantafame. È “’o tecnico”, protagonista della storia e uomo capace di restituire ai morti una parvenza di vita. Tra i titoli più importanti della carriera di Lo Cascio resta I cento passi di Marco Tullio Giordana.

Riccardo Maiello – Giocondo Infelice. È il ragazzo fragile che entra nella vita di Sauro. Beppe Tufarulo ha raccontato come la timidezza e il senso di inadeguatezza provati da Maiello sul suo primo importante set cinematografico abbiano finito per aderire perfettamente allo stato d’animo del personaggio.

Claudia Potenza – Donna Diega. È la madre di Giocondo, una donna segnata da una vita difficile ma ancora capace di resistere e di compiere una scelta dolorosa pur di offrire al figlio una possibilità di salvezza. Tra i suoi lavori cinematografici figura Basilicata coast to coast di Rocco Papaleo.

Massimiliano Rossi – Vito La Scimmia. È la figura criminale che domina il territorio attraversato da Sauro e Giocondo. Rossi ha lavorato in numerose produzioni cinematografiche e televisive, tra cui Indivisibili di Edoardo De Angelis.

George Li Tourniaire – Céline. Figura tra gli interpreti principali indicati dalle Giornate degli Autori. Il personaggio di Céline entra nell’universo di figure singolari che popolano il viaggio di Sauro.

Carlo Acciardi – Immacolato. È uno dei volti più giovani presenti nel cast e interpreta Immacolato, altro nome che contribuisce alla particolare identità dei personaggi del film.

Ciro Capano – ruolo non ancora indicato nelle schede pubbliche consultate. Attore di lunga esperienza, ha lavorato anche in film come Parthenope di Paolo Sorrentino, È stata la mano di Dio e Qui rido io. Nel 2026 figura inoltre nel cast di Gomorra – Le Origini.

Luca Saccoia – ruolo non ancora indicato nelle schede pubbliche consultate. Attore attivo tra teatro, cinema e televisione, è tra gli interpreti accreditati nelle schede ufficiali del film.

Salvatore “Sasà” Pelliccia – ruolo non ancora indicato nelle schede pubbliche consultate. Tra i suoi lavori precedenti figurano Mimì – Il principe delle tenebre, Ciao bambino e Gomorra – La serie, dove ha interpretato Italo “’o Matusalemme”.

Giovanni Napolitano – Artemide. Attore e regista, ha lavorato tra cinema e televisione in produzioni come Mare Fuori 2, Ammore e malavita e Rex 8. In Il Mestiere interpreta Artemide.

Sauro Cantafame, Giocondo Infelice, Donna Diega, Vito La Scimmia, Céline, Immacolato e Artemide: già i nomi sembrano appartenere contemporaneamente alla realtà, al racconto popolare e a una mitologia costruita appositamente per il film.

Beppe Tufarulo e il salto nel lungometraggio di finzione

Il Mestiere segna l’esordio di Beppe Tufarulo nel lungometraggio di finzione dopo un percorso sviluppato tra documentari, cortometraggi, videoclip e produzioni dedicate alla musica, allo sport e alla moda.

Tufarulo ha iniziato la propria carriera a MTV e ha successivamente lavorato a progetti come Ferro, All or Nothing: Juventus, Armani Privé – A View Beyond e ai cortometraggi Baradar e We’ll Let You Know.

La sceneggiatura di Il Mestiere è firmata da Massimo De Angelis. La fotografia è di Johan Florez, il montaggio di Desideria Rayner, le musiche di Massimo Martellotta, la scenografia di Ilaria Sadun, i costumi di Maya Gili e il suono di Giuseppe Tripodi.

La produzione coinvolge Mad Entertainment, Dude Originals e Art of Panic con Rai Cinema, insieme alle coproduzioni di Umedia e Rosebud Entertainment Pictures.

Il Mestiere arriva a Venezia

Il film è stato presentato il 9 settembre 2026 alle Notti Veneziane delle Giornate degli Autori, nell’ambito della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, con una seconda proiezione il giorno successivo.

La durata indicata dalle Giornate degli Autori è di 103 minuti. La distribuzione italiana è affidata a I Wonder Pictures, mentre le vendite internazionali sono curate da True Colours.

Il passaggio veneziano ha anche evidenziato quanto sia difficile racchiudere il film dentro una sola definizione. C’è il road movie, c’è il western, c’è il grottesco, c’è il dramma sociale e c’è soprattutto il rapporto tra un uomo e un ragazzo che finiscono per modificarsi reciprocamente.

Non è soltanto una storia sui morti

La premessa potrebbe facilmente trasformare Il Mestiere in una semplice commedia nera. Un uomo che installa cuori meccanici nei cadaveri affinché le famiglie possano continuare a riscuotere la pensione possiede già tutto ciò che serve per costruire una storia grottesca.

Ma dietro l’assurdo c’è molto altro.

C’è la povertà, l’emarginazione, la necessità di sopravvivere e un territorio dominato da chi possiede il potere. C’è un ragazzo che cerca qualcuno di cui fidarsi e c’è un uomo che ha passato la vita “aggiustando” corpi senza riuscire ad aggiustare se stesso.

È per questo che il mestiere di Sauro funziona così bene come idea narrativa: prima sorprende, poi diverte per la sua assurdità e infine costringe a guardare ciò che si nasconde dietro quella stessa assurdità.

Quindi sì: è davvero il lavoro più assurdo del cinema italiano

Ed eccoci di nuovo al titolo.

Dire che Il Mestiere racconta “il lavoro più assurdo del cinema italiano” non significa soltanto cercare una frase ad effetto.

Il mestiere di Sauro è assurdo per definizione: un uomo viaggia di paese in paese riparando cadaveri affinché possano continuare a sembrare vivi.

Ma l’idea diventa ancora più potente perché quella follia nasce da un problema terribilmente concreto.

I morti devono continuare a sembrare vivi perché i vivi hanno bisogno dei loro soldi per sopravvivere.

È probabilmente questo il paradosso più forte del film.

Sauro Cantafame ha costruito una professione intorno alla morte. Poi incontra Giocondo e scopre che il mestiere più difficile non è far sembrare vivo chi è morto.

È riuscire a tenere vivo chi ha ancora una possibilità.

Fonti e approfondimenti

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